MADE IN ITALY, UNA LEGGE PER FARLO IN CINA


Cinese al lavoro

Cinese al lavoro

Avevamo parlato qualche giorno fa di NeroGiardini, società di calzature e abbigliamento che difende a spada tratta il Made in Italy, ma ha mandato una parte della produzione in Romania, Serbia e Tunisia. Ora, grazie a una nuova legge, basterà che due delle fasi di lavorazione siano realizzate in Italia per poter dotare il prodotto del marchio Made in Italy. Il resto? Tranquillamente in Cina o in altri paesi del terzo mondo. La proposta arriva da Marco Reguzzoni della Lega Nord e Santo Versace (lo stilista) del PdL. E sembra fatta su misura per la NeroGiardini.

Riproponiamo di seguito l’articolo di Stefano Vergine, apparso sul Fatto Quotidiano del 23 aprile scorso, e ringraziamo sia Stefano che la sua redazione per averci concesso di pubblicarlo.

Se questo è Made in Italy

di Stefano Vergine – Il Fatto Quotidiano – 23 aprile 2010

“Made in Italy rafforzato”. “Più tutela per i marchi italiani”. “Finalmente il made in Italy è legge” Era mercoledì 17 marzo e i giornali annunciavano in pompa magna la nuova legge sui prodotti nostrani. Dal prossimo 1° ottobre l’etichetta “fatto in Italia” potrà essere apposta solo su scarpe, abiti e prodotti in pelle la cui realizzazione sia avvenuta “prevalentemente” nel nostro territorio. Cosa significa prevalentemente? Che almeno due delle fasi di lavorazione dovranno essere realizzate in Italia.

La Legge
Tra i primi firmatari della proposta di legge, oltre al leghista Marco Reguzzoni (vedi intervista), c’è anche il deputato del Pdl Santo Versace, uno che di moda se ne intende. Per l’attuale presidente e amministratore delegato della maison fondata dal fratello Gianni, la nuova legge è “un primo passo per un’Europa della cultura e dello sviluppo dei popoli contro l’Europa dei mercanti”.

Insomma, una norma per limitare lo sfruttamento della manodopera a basso costo. O almeno per evitare che una borsetta prodotta in Cina a 28 euro, grazie a operai costretti a sopportare condizioni di lavoro estreme, possa essere venduta in una boutique occidentale a 400 euro perché considerata prodotto italiano. Un bel problema per tutte quelle società che finora hanno potuto fregiarsi dell’etichetta made in Italy pur facendo realizzare all’estero la maggior parte dei loro prodotti. Che faranno adesso? Riporteranno la produzione in Italia? Oppure scriveranno che la borsetta da 400 euro è stata prodotta in Estremo Oriente?

Soluzioni
Una soluzione qualcuno sembra averla già trovata. Perché la Cina è vicina, e a volte non ce ne si accorge. Se ne è invece resa conto la questura di Treviso, che insieme a Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, ispettorato al lavoro e polizia locale nelle ultime settimane è andata a farsi un giro nei laboratori cinesi della Marca Trevigiana, uno dei centri d’eccellenza del settore tessile italiano.

L’ultimo blitz è avvenuto mercoledì 31 marzo a Monastier, 20 chilometri da Treviso. Erano le 22 quando le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in un capannone in cui convivevano due laboratori tessili, entrambi intestati a cittadini di nazionalità cinese. Dentro c’erano 11 operai, due di loro senza alcun contratto, tutti costretti a ritmi di lavoro fuori da ogni regola. Laboratori usati anche come dormitori, con tanto di vano nascosto dove i cinesi dovevano nascondersi nel caso di irruzione della polizia. Tutte cose già viste, ma questa volta c’è di più. Nei cassetti sono stati trovati i contratti della Nara Camicie, marchio “made in Italy” venduto in 450 negozi sparsi per il mondo, con prezzi che vanno dai 35 ai 90 euro.

Laboratori
Qualche settimana prima stessa storia a Povegliano, pochi chilometri a sud del Piave. In uno scantinato senza finestre gli agenti hanno trovato 13 cinesi intenti a confezionare abiti, uno solo con il contratto di lavoro. Il committente era Meeting Srl, azienda trevigiana che produce il marchio Deha: 114 euro per un paio di pantaloni, fino a 72 euro per una canotta. Capi divenuti famosi soprattutto da quando, nel 2002, la Deha è diventata sponsor ufficiale di “Amici” di Maria De Filippi.

Appaltare la produzione ad aziende straniere non è reato. La questione su cui la Guardia di Finanza di Treviso sta indagando è un’altra: i titolari di Meeting e Nara Camicie sapevano che in quei laboratori c’erano operai senza contratto? Sapevano che i propri abiti venivano realizzati da imprese che non rispettavano le principali norme di sicurezza?

Negli ultimi due mesi gli inquirenti hanno effettuato controlli in parecchi laboratori cinesi sparsi per la provincia. E le scoperte non sono mancate. In un capannone vicino a Montebelluna c’erano 17 cinesi al lavoro, 10 dei quali senza contratto. Nei cassetti dell’azienda le autorità hanno trovato centinaia di etichette di Stefanel, Krizia e Versace. “Escludo categoricamente che fosse merce nostra: è sicuramente contraffazione”, ha dichiarato a Il Fatto Santo Versace.

Etichette
Il lavoro coordinato dalla questura di Treviso sta creando parecchio subbuglio nel mondo della moda. Nel corso delle operazioni le autorità hanno trovato etichette Armani Junior, Belstaff, Benetton, Diadora, Dolce & Gabbana, Franklin & Marshall, Les Copains, Loro Piana e Monclair. In tutti questi casi non è stato trovato alcun contratto di fornitura: impossibile sapere se il laboratorio cinese stesse lavorando per questi marchi o li stesse contraffacendo. Impossibile anche perché risalire a monte delle catena di fornitura non è facile.

Chi ha lavorato per anni nel settore spiega che il meccanismo ha un unico obiettivo: ottenere il prezzo più basso. Nella maggioranza dei casi la grande griffe fa un contratto di fornitura ad un’azienda artigiana italiana. Sarà poi quest’ultima a subappaltare il lavoro ad uno o più laboratori cinesi. Ma c‘è di più.

Molto spesso i contratti preparati dai legali delle grandi griffe prevedono una clausola specifica: che il fornitore si impegni a non subappaltare la commessa e a rispettare tutte le norme di legge. Una postilla che rende inattaccabili i grandi marchi. E in pieno diritto di dire: come potevamo immaginare?

Un’idea la fornisce Paolino Barbiero, segretario provinciale della Cgil di Treviso: “Le prove non ci sono quasi mai, ed è un caso raro quello di Meeting e Nara Camicie. Di certo il grande marchio sa che quando riesce a ottenere a 2 euro un capospalla che fino a prima aveva pagato 10, qualcosa di strano dev’esserci per forza”.

Annunci
Explore posts in the same categories: Senza categoria

Tag: , , , , , , , , ,

You can comment below, or link to this permanent URL from your own site.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: